Ogni cosa al Moulin Rouge, infatti, ha una storia ed una gloria, persino il dettaglio più impalpabile ed evanescente: non piume qualsiasi – noblesse oblige, per carità – ma piume francesi. Gentilmente fornite sin dal 1928 dalla premiata ditta Fevrier. Struzzo, fagiano, gallo, pavone: tutto un ribollire di piumaggi all’atélier in Rue du Mail. Da qui nessuna penna o piuma ha mai avuto l’autorizzazione alla libera uscita, prima di aver brillantemente passato gli esami universitari della lucentezza e della resistenza al vulcanico calore dei riflettori. Joséphine Baker, Line Renaud, Zizi Jeanmaire, non una stella ha mancato di salire le scale di Rue du Mail: uccelli del paradiso alla ricerca di una livrea tutta nuova.

È  anche così che nasce una favola nel mondo industriale: precisione, professionalità ed estro. Perché tutto nel Moulin Rouge è sempre stato architettato deliberatamente al servizio del sogno. A cominciare dall’immenso elefante finto di sessanta metri, posto all’ingresso: dove, se non in una piega di velluto delle Mille e una Notte? Passando, poi, per i giardini del Mulino, dove, nelle ardenti serate d’estate, si poteva guadagnare un buon surplus di calore davanti a spettacoli dai titoli inequivocabili e speziati come La Fête Galante,  Mars et Vénus,   Au Harem.

E poi, loro, le ragazze: certo, le più belle del mondo – così almeno si diceva in giro –, scelte dopo selezioni infernali a colpi di centimetro. Ancora risuonano i crucci d’inizio ‘900 della celeberrima e divina Mistinguett, riguardo alle ballerine: “Vi giuro che non è per niente facile trovarne di come si deve, né troppo grandi, né troppo piccole, né troppo grosse, né troppo brutte… né troppo carine”. Alta scuola del veleno.

E siccome anche nella ricerca del piacere è bene essere pratici ed organizzati, ecco, allora, come ci avverte una guida dei Plaisirs de Paris, edizione 1898: “Le danzatrici di Can Can sono un’armata di giovani fanciulle, là per ballare questo divino baccano parigino, così come esige la sua reputazione… con una elasticità con cui lanciano le loro gambe nell’aria, che ci lascia presagire una flessibilità morale almeno uguale”. Una strizzatina d’occhio così sottile da far venire la congiuntivite. E qualche spettatore, le traveggole, deve aver creduto di averle davvero quel giorno del 1906, quando, durante lo spettacolo Sogno d’Egitto, la scrittrice Colette osò abbracciare con tutti i languori un’altra donna – pardon, une femme – travestita da maschio. Scandalo. Scandalo e desiderio. 

Colonna sonora del delirio era – ed è – il demoniaco French Can Can, figliolo indecente di quel casto can can inglese inventato a Londra nel 1861 da Charles Morton e che già era bastato a sconvolgere il cold blood dei sudditi di Sua Maestà. Una discesa negli abissi dello sfinimento, quasi danza rituale, che regalò gloria a tante star che passarono alla storia con i loro nomi da battaglia: una JeanneLa Folle o quella Goulue, fermata per sempre dal pennello visionario di Toulouse-Lautrec. E ancora, l’appetitosa Môme Fromage, giovanissima fanciulla in fiore, Yvette Guilbert e Ninì Zampe in Aria (tanto per lasciare qualcosa all’immaginazione).

E gli uomini? Solo posti paganti in platea per loro? Più o meno. A parte, sia chiaro, i direttori del locale: autentici genî dell’intrattenimento e della seduzione. Ed ancora, per ricordarne uno, l’ineffabile e celebratissimo Pétomane, che, è il caso di dirlo, infiammò i primi anni del Moulin. Oppure quel Valentin Le Desossé, unico, invidiatissimo maschio sul palco a dirigere il traffico di tante gambe da sogno.

Una cosa sola manca al Moulin Rouge per diventare una favola vera e propria: l’happy end. Non che l’avventura sia finita male, tutt’altro. Il fatto è che la fiaba non ha alcuna intenzione di finire. Il palco è stato rinnovato varie volte, il testimone di ballerina è passato di gamba in gamba, gente come Frank Sinatra, Elton John, Liza Minnelli, Ella Fitzgerald ha preso il posto dell’onorato Pétomane, ma la perdita è consolabile. Fino allo sbarco del XXI° secolo: uno show con mille costumi, cento artisti, sei cavalli e ben cinque-pitoni-cinque!

Tenere in piedi la favola non è stato semplice. A volte, persino rischioso. Perché? Chiedetelo a Nicole Kidman: a lei, calarsi nei panni della bella etoile Satin, nel “Moulin Rouge” di Baz Luhrmann, è costato la frattura di due costole ed un ginocchio. Facile dire “Can Can”!