Pinocchio, quante storie

LA FAVOLA ETERNA

 

Bugiardi, perditempo, goderecci, infantili, irresponsabili e burloni. Non è forse così che gli stranieri (i più ingenerosi, perlomeno) vedono gli italiani? Popolo fantastico e divertente, giocoso e fantasioso, ma anche inaffidabile e fannullone. Gli italiani eterni bambini che non hanno voglia di crescere e di diventare adulti, la cui ancestrale ambizione è saltellare in un "Paese dei balocchi" in compagnia di amici altrettanto irresponsabili. Solo un italiano avrebbe potuto inventarsi un personaggio fiabesco tra i più amati al mondo e universalmente riconosciuto come un capolavoro letterario e psicologico: Pinocchio. E' proprio lui, il burattino di legno nato dalla penna e dalla fantasia di Carlo Lorenzini, alias Collodi, il simbolo per eccellenza dell'Italia e degli italiani, forse più della pizza e degli spaghetti. E' proprio il burattino dinoccolato e col naso lungo per colpa di tutte le bugie che dice, ad incantare bambini e adulti di tutte le generazioni.

 

La sua storia è senza tempo e senza età, e la sua metafora tra le più calzanti: nessuno ama crescere e assumersi le responsabilità, tutti vorrebbero restare allegri burattini di legno, semplicemente bambini.

 

 

Pinocchio è un inno all'infanzia e all'adolescenza, all'età della spensieratezza e dell'allegria. Chi è andato sempre con piacere a scuola? A chi è mai piaciuto studiare? Chi non ha mai incontrato sulla propria strada un Lucignolo, un Gatto o una Volpe e un Mangiafuoco? E chi non si è mai imbattuto, suo malgrado, con il Grillo Parlante, quella coscienza che ci richiama alla correttezza e al vivere secondo le regole? Chi non ha mai rischiato di perdersi, almeno una volta nella vita, con cattive compagnie? E' lui, Pinocchio: siamo tutti noi, bambini e bambine, uomini e donne, sempre alle prese con la vita e i suoi obblighi, le regole e gli insegnamenti, i bivi e le scelte. E tutti, prima o poi, fanno i conti con la più importante di quelle scelte: restare per sempre burattini di legno o trasformarsi in bambini in carne e ossa.

 

C'è chi dice che Pinocchio sia il terzo libro più venduto al mondo, dopo la Bibbia e il Corano. In molte università italiane e straniere è stato materia di esame, e una parte di studiosi del Belpaese considera il libro di Collodi il secondo grande romanzo dell'Ottocento italiano dopo "I promessi sposi" di Alessandro Manzoni. Ma Pinocchio non è nato in un solo colpo. La prima stesura, sotto il titolo "Storie di un burattino", è del 1881, ed altro non era che una serie di racconti a puntate pubblicati su una rivista per ragazzi. Sarà solo due anni dopo, nel 1883, che uscirà la versione dal titolo "Le avventure di Pinocchio": appena quindici capitoli con un finale per nulla favolistico, visto che Collodi decide di far morire il suo personaggio facendolo impiccare ad una quercia. Ma questi aspetti gotici e cupi del romanzo presto spariranno per lasciare spazio alla chance della redenzione.

 

Fu solo per insistenza dei lettori, e per i debiti che Collodi doveva onorare, che si arrivò alla versione ufficiale di trentasei capitoli. Ma questa volta il finale fu del tutto perbenista e moralista: Pinocchio, da burattino di legno dispettoso, bugiardo e negligente, si trasforma in un bambino buono, sincero e obbediente. Insomma, ci sono voluti ventuno capitoli per trasformare il simbolo della trasgressione nel simbolo della redenzione.

 

"Le avventure di Pinocchio" non fu, e non può essere considerato tutt'oggi, una semplice favola. A partire dal linguaggio. Non a caso, nel Novecento, Pinocchio è stato ripreso quasi in ogni forma artistica: dalla narrativa alla musica italiana, passando per la televisione e per il cinema.

 

Nel 1977, uno degli anni più ruggenti della storia d'Italia, escono "Pinocchio: un libro parallelo" di Giorgio Manganelli e "Pinocchio con gli stivali" di Luigi Malerba. Manganelli struttura il suo libro in trentasei capitoli, ognuno con lo stesso incipit collodiano, e fa di Pinocchio l'archetipo della letteratura italiana dell'Ottocento e del Novecento.

 

Già dal titolo, invece, si comprende il senso che Malerba volle dare alla sua rilettura di Pinocchio: mischiare le favole in una sorta di gioco. Siamo nel Novecento e il personaggio Pinocchio ha acquisito una sua autonomia, pertanto è capace di sviluppare le sue potenzialità, riscrivendosi e reinventandosi.

 

E sempre nel 1977 Edoardo Bennato, uno dei maggiori cantautori italiani, scrive l'album "Burattino senza fili", un successo senza precedenti nella storia della musica italiana, con singoli brani dedicati a tutti i personaggi della favola collodiana. Ma Bennato liberò quel burattino dai fili del condizionamento, restituendogli la libertà perduta. Tutti noi, prima o poi, ci imbattiamo in un Mangiafuoco, il cui intento è quello di manipolarci e di toglierci la dignità. Sta a noi spezzare quei fili, uscire dal circo del patetico per riappropriarci della nostra vita.

 

Passano quasi vent'anni e uno tra i più grandi intellettuali italiani, Umberto Eco, autore di successi mondiali come "Il nome della rosa" e "Il pendolo di Foucault", scrittore fra i più amati in Europa e nel mondo, pubblica nel 1995 un libricino dal titolo "Povero Pinocchio", nato da una serie di esercizi dei suoi studenti del DAMS di Bologna. In poche pagine, il barbuto scrittore bolognese riscrive tutto Pinocchio sotto forma di gioco, che è, e rimane, una cosa seria, con regole ben precise.

 

Poi saranno il cinema e la televisione a regalare alla favola di Pinocchio un ulteriore tocco di magia. Nel Duemila, a Parigi, fu trasmesso in anteprima il primo cortometraggio dedicato a Pinocchio. Una messa in scena del 1911, realizzata dal regista Giulio Cesare Antomoro, ed interpretata dal grande attore francese del cinema muto, Polydor, lo stesso cui Federico Fellini affiderà, molti anni dopo, la parte del mago in "Otto e mezzo".

 

Ma se Antomoro, agli inizi del secolo, si discostò dal testo collodiano riportando a casa Pinocchio su una palla sparata da un cannone, come il barone di Münchausen, la versione italiana di Luigi Comencini del 1971 dal titolo "Le avventure di Pinocchio", con uno stupendo Nino Manfredi nei panni di Mastro Geppetto, Gina Lollobrigida in quelli della Fata Turchina e Franco Franchi e Ciccio Ingrassia nella favolosa coppia del Gatto e la Volpe, è rimasta un classico, oltre che un capolavoro televisivo.

 

E non è un caso che un altro grande del cinema italiano, Roberto Benigni, nel 2002 si sia cimentato con la favola di Pinocchio, seppur con qualche perplessità da parte della critica. Il messaggio del film, che Benigni fa pronunciare dalla Fata Turchina, è: "Dare allegria è la cosa più bella che si possa fare al mondo". E Pinocchio, senza dubbio, è la favola che, sia pure con un finale agrodolce, regala allegria, buonumore e spensieratezza.

 

In psicologia, addirittura, le persone che hanno il vizio di raccontare bugie vengono definite affette dalla "sindrome di Pinocchio". Una patologia che sembra fare pendant con un'altra sindrome, quella di Peter Pan (non a caso altro personaggio fiabesco amatissimo dai bambini). Secondo gli esperti dell'infanzia, è a partire dai quattro anni che i bambini cominciano a comprendere la differenza tra fantasia e realtà, tra vero e falso, tra verità e menzogna. Per gli psicologi, è da questo momento che bisogna far capire all'inguaribile bugiardo, ormai consapevole, che se la menzogna non provoca un castigo (nella favola il naso di Pinocchio che si allunga), comunque determina una progressiva perdita di fiducia e di credibilità nei suoi confronti. E' un po' come la metafora di "Al lupo, al lupo". Quanti bambini fingono di avere mal di pancia per non andare a scuola? E' evidente che sono proprio la semplicità e, allo stesso tempo, la complessità di questa favola ad averla resa universale.

 

Insomma, Pinocchio dimostra di essere una favola sine die. Qualcuno sostiene che quel burattino di legno vivrà sempre, discolo e trasgressivo, proprio come ognuno di noi, nel profondo, vorrebbe essere. La maschera collodiana è considerata, a ragion veduta, tra i quattro capolavori della letteratura universale per l'infanzia.

 

La morale della favola è che per diventare veri uomini bisogna rispettare le regole del grande gioco della vita. Ma quel cambiamento che, dopo mille peripezie, porta il burattino di legno a trasformarsi in un bambino in carne e ossa, diventa anche l'emblema malinconico del passaggio dalla magica libertà infantile ai doveri e alle responsabilità della vita adulta.

 

Pinocchio, come noi, è costretto a crescere. Anche se in fondo continuiamo a preferirlo burattino, proprio come noi. Ma senza fili.